domenica 15 dicembre 2024

L'effetto dinosauro

In questi giorni sto leggendo un vecchio numero di Urania, 'L'effetto dinosauro, di Kit Pedler e Gerry Davis pubblicato in Italia il 4 agosto 1974.
Ho trovato questo passaggio molto interessante nel libro:
E' come un dinosauro... - agitò il bicchiere. -- Le lucertole preistoriche erano diventate enormi, ma il loro cervello era rimasto piccolissimo. E un cervello ridotto, con connessioni nervose troppo lente, non può controllare un corpo grosso come quello del dinosauro, tant' è vero che le povere bestie dovettero sviluppare un secondo cervello di rincalzo, ma anche quest'espediente non fu sufficiente. I bestioni regredirono e alla fine si estinsero, appunto perché non erano più controllabili. Questo fenomeno io lo chiamo "effetto dinosauro".

Probabilmente gli autori riportano una delle teorie formulate per l'estinzione dei dinosauri, ma ci sono errori. I dinosauri di dimensioni maggiori sono vissuti nel giurassico, non nel cretaceo. La teoria del secondo cervello dei dinosauri, pur affascinante non è stata mai provata. Non sono mai state trovate prove fossili o neuroanatomiche che supportassero l'esistenza di un secondo cervello nei dinosauri. Le strutture nervose descritte come un "secondo cervello" erano in realtà ingrossamenti del midollo spinale, comuni in molti animali, e servivano a coordinare i riflessi e i movimenti della parte posteriore del corpo, ma non erano "cervelli" nel senso stretto del termine. I dinosauri, come tutti gli animali, avevano un solo cervello situato nella testa, ma presentavano adattamenti evolutivi nel loro sistema nervoso che permettevano un controllo più efficiente del corpo.
Poi ci sono le cose che gli autori non potevano sapere: non erano rettili essendo omeotermi, non sapevano nulla di asteroidi caduti nello Yucatan.
Anzi, fa vedere come fosse pervasiva l'idea che l'evoluzione lavorasse solo per piccolo passi e che una catastrofe che può portare all'estinzione moltissime specie era una fantasia ottocentesca.

Forsa conoscere la fine dei dinosauri ha contribuito a farci sentire meno onnipotenti e ristabilire il nostro posto sul pianeta.



venerdì 5 maggio 2017

2D esercizi per martedì 9

Aritmetica pagina 231 n 91, 92, 93 pagina 235 n dal 122 al 126

martedì 22 maggio 2012

Subduzione

http://www.youtube.com/watch?v=O_UCGTXTYVI&feature=youtube_gdata_player

Tsunami

http://www.youtube.com/watch?v=MlczRq0zZp0&feature=youtube_gdata_player

giovedì 8 settembre 2011

sabato 23 luglio 2011

Galileo - Giornale di Scienza | Estinzione dei dinosauri? Colpa del metano

Galileo - Giornale di Scienza | Estinzione dei dinosauri? Colpa del metano

Leggo su Galileo:

Per spiegare le cause della grandeestinzione di massa che circa 200 milioni di anni fa cancellò la metà delle specie marine esistenti e cambiò radicalmente aspetto agli ecosistemi terrestri, i ricercatori hanno sempre dato la colpa ai vulcani. Le prove sembravano schiaccianti: l’estinzione di fine Triassico coincise con un sostanzioso aumento nella concentrazione di anidride carbonica atmosferica (che salì di ben quattro volte), attribuito alla massiccia attività vulcanica registrata in quegli anni. Al tempo, infatti, la Terra iniziava a perdere i pezzi, il supercontinente chiamato Pangea cominciava cioè a spaccarsi gettando le fondamenta degli odierni continenti. E questo cambio di look, per l’appunto, portava a frequenti e violente eruzioni vulcaniche.

Eppure, in questo scenario c’è qualcosa che non quadra. Questo periodo di intensa attività vulcanica, infatti, è durato per circa 600mila anni, molto di più a lungo dei 20-40 mila anni in cui si consumarono gli eventi di fine Triassico. Ecco perché, un gruppo di ricercatori coordinati da Micha Ruhl della Utrecht University, nei Paesi Bassi, ha proposto un'ipotesi alternativa: a causare l’estinzione di 201,4 milioni di anni fa sarebbe stato il rilascio di grandi quantità di metano nell’atmosfera, conseguente all’innalzamento delle temperature oceaniche. Un evento che, per l’appunto, si consumò in soli 20mila anni, giusto il tempo dell’estinzione. I ricercatori spiegano cosa potrebbe essere successo in un articolo pubblicato su Science.

Ruhl e la sua équipe hanno studiato i resti delle piante depositati sul fondo del Mare di Teti, che al tempo separava i continenti di Laurasia e Gondwana (e che oggi va a formare gli strati sedimentari delle Alpi australiane). Analizzando le concentrazioni dei diversi isotopi di carbonio racchiusi nei resti vegetali, infatti, è possibile risalire alla fonte originale di questo carbonio: anidride carbonica o metano. Ebbene, dalle analisi i ricercatori hanno scoperto che nell’intervallo di tempo corrispondente all’estinzione, la maggior parte del carbonio accumulato nei tessuti vegetali proveniva dal metano. “Un piccolo rilascio di anidride carbonica dai vulcani ha innescato un lieve cambiamento nel clima che ha causato un innalzamento delle temperature sulla Terra e negli oceani - ha spiegato a Wired.com Ruhl - e questo ha portato al rilascio del metano dal fondo dei mari”.

Secondo i ricercatori quindi, il riscaldamento degli oceani ha liberato nell’atmosfera il metano intrappolato nei fondali, il quale, poiché è un potente gas serra, ha provocato un ulteriore innalzamento delle temperature. Da qui avrebbe preso il via una reazione a catena che ha portato la Terra a scaldarsi sempre di più, rendendo le condizioni di vita proibitive.

La teoria di Ruhl, però, non raccoglie consensi unanimi dal mondo della ricerca. Secondo Jessica Whiteside, paleobiologa della Brown University, lo studio ha bisogno di essere ulteriormente verificato per provare che i risultati ottenuti non sono solamente un pattern localizzato alla zona geografica presa in esame. Ma anche se la ricercatrice è scettica sul ruolo del metano nell’estinzione di fineTriassico, crede comunque che il binomio anidride carbonica-metano sia responsabile dei cambiamenti climatici che portarono, tra i 55 e i 35 milioni di anni fa, all’ Eocene.

Continua...

martedì 8 marzo 2011

Il giorno della Spagnola

Leggo su Wired che l'8 marzo 1918 ci fu la prima vittima dell'influenza spagnola che in poco tempo uccise 40 milioni di persone. Nei combattimenti della prima guerra mondiale il numero, spaventoso, di vittime fu di 16 milioni.
Quel giorno Albert Gitchell, cuoco del campo militare di Funston, nel Kansas, non si sentiva bene. Non era solo stanchezza (sfamare quei giovani soldati, che venivano a farsi le ossa prima di partire per la
Grande Guerra doveva certo essere faticoso), lui si sentiva proprio senza forze, spossato, e aveva un
raffreddore di quelli che ti mettono al tappeto. Così, sperando di rimettersi presto in sesto e di riprendere il lavoro tra i fornelli, si recò all’infermeria. Era l’ 8 marzo 1918: non è certo un bel primato, ma il cuoco militare sarebbe stato la prima vittima della più brutta pandemia che il mondo avrebbe conosciuto, la
Spagnola. Dopo soli quattro giorni di isolamento, Albert moriva.
Nel frattempo in infermeria erano arrivati altri militari del campo, tutti con sintomi di febbre, mal di gola, e mal di testa. Erano centinaia nel giro di qualche giorno, dopo un mese più di un migliaio, con oltre quaranta morti. E il campo di Funston non era l’unico a essere colpito. Arrivavano notizie di altre morti sospette in prigioni e campi militari americani. Ma nonostante la paura per quella che sembrava una
brutta polmonite, la Grande Guerra chiamava ancora e così i soldati più in forma vennero imbarcati alla volta del vecchio continente. Fu con quelle navi che l’influenza viaggiò dall’ America all’ Europa, e quindi alla Spagna.
Qui, la pandemia divenne Lady Spanish (la Spagnola), grazie ai giornali dell’epoca che avevano portato alla ribalta la notizia di un’influenza micidiale, capace di diffondersi con una velocità impressionante, che in poco tempo aveva colpito  8 milioni di persone, in grandemaggioranza giovani di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Una diffusione che non sembrava fermarsi mai: dopo l’Europa l’influenza colpì la Russia, il Nord Africa, l’ India, arrivando fino alla Nuova Zelanda. Militari in guerra, a contatto nelle trincee, si trasmettevano la malattia e di ritorno a casa la portavano anche alle loro famiglie. Ma il peggio doveva ancora venire.
Se infatti nella sua prima fase la Spagnola fu fortemente contagiosa e solo relativamente mortale, dopo una debole tregua estiva, il virus (un sottotipo del ceppo H1N1, lo stesso della suina) era diventato molto più mortale. La grande Guerra, che aveva devastato gli animi e che si portò via circa sedici milioni di persone, fu assai meno spietata di quanto lo fu l’influenza. Nel giro di poco più di un anno la Spagnola uccise almeno quaranta milioni di persone (alcune stime parlano addirittura di 50). Cominciarono ovunque a nascere ospedali tenda, e chi poteva, medici non impegnati con la Guerra e volontari, davano una mano. Il panorama era peggiore di quello del fronte: febbre e vomito, seguiti da sanguinamenti dalla bocca, dalle orecchie o dal naso, pelle che virava al blu, e morte che sopraggiungeva nel giro di un paio di giorni.
Continua a leggere su wired:
Il giorno della Spagnola - Wired.it

lunedì 7 marzo 2011

Sulla scuola e sul futuro

BarackObama: When we sacrifice our commitment to education, we’re sacrificing our future. We can’t let that happen. Our kids deserve better. Original Tweet: http://twitter.com/BarackObama/status/44791788887748608 Sent via TweetDeck (www.tweetdeck.com)

Batteri nelle meteoriti e bufale sulla carta

NOTIZIE – “The Journal of Cosmology”. Parliamone. Una pubblicazione (peer-review, dicono loro, ma chi revisiona i revisori?) apparentemente senza capo ne coda (segnalo questo interessante post su Wired che rende l’idea di cosa stiamo parlando) che a dispetto del nome pubblica in questo caso un articolo di astrobiologia (e non di cosmologia). Ora, viene da pensare che se realmente la scoperta fosse genuina e certa, un risultato di questa portata sarebbe stato pubblicato in pompa magna su Nature o Science: “scoperti batteri di origine extraterrestre su un meteorite”. Autore Richard Hoover. E invece no, Science e Nature tacciono. Come tanti altri giornali di riferimento per la comunità scientifica internazionale.
Ancora più sospetto, dopo un rapido giro sui vari siti ufficiali di news della NASA (compreso quello di astrobiologia) è l’assenza di un anche uno scarno comunicato stampa sulla scoperta Infatti venerdì la notizia è stata riportata da Fox News, non certo un giornale specializzato in temi scientifici. Molto strano se pensiamo al battage mediatico di un’altra notizia (sempre della NASA, sempre di astrobiologia) lanciata con grande suspance qualche mese fa (e anche quella sostanzialmente rivelatasi una cantonata).
Continua a leggere su:
Oggi Scienza